
Esco da lavoro e un messaggio su cell mi raggiunge: la galleria Corals è ancora aperta. Riesco a passare?
Guidando sulla circonvallazione di Milano in mezzo al traffico delle 18.00 mi ricordo perché lo faccio, perché tanto sbattimento quando potrei essere a casa a guardarmi The Boys. La risposta arriva rapida e chiara: mi piace avere altro nella mia vita che non sia lavoro, palestra, routine e uscite con gli amici. Quando qualcuno ha qualcosa da proporre, da dire, da comunicare con sincero intento e tecnica meravigliosa, ha il mio orecchio, i miei occhi, il mio cuore per il resto della serata.
Alla galleria mi aspetta Ustina Bazhóva. Racconta della Siberia dove è cresciuta, del trasferimento, del periodo trascorso presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Approfondisce su come è cresciuta e su cosa vuole raccontare: “Perchè il blu, il bianco e il nero?”
“Perché sono i colori della mia terra.”
“Perché questo blu risplende?”
“Quella è l’anima che esce fuori. Che emerge dal blu.”
Signori e signore, l’intervista di oggi è dedicata Ustina.

Ustina Bazhova è un’artista emergente nata e cresciuta in Siberia, Russia, e attualmente basata a Milano, Italia, dove studia presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. È partecipante del programma Squardi III e ha esposto presso ABC Arte (Milano) e Weekend Gallery (Francoforte). Lavorando principalmente con olio su tela, la sua pratica pittorica esplora la percezione emotiva, la vulnerabilità e gli stati interiori di coscienza nella società contemporanea.
Felice di averti qui, Ustina. Presentati ai lettori.
Buongiorno! Sono Ustina Bazhóva. Sono una giovane petrice e sono felice di essere qui.
Ci racconti dove nasce la passione per la pittura e per l’arte?
Credo, che è nata con me. Ho iniziato dipingere prima dei miei primi ricordi. Nella mia famiglia cerano tanti artisti, penso che questo bisogno di creare si tramandato.
Hai fatto un lungo viaggio per essere qui: dalla Siberia fino a Milano. Ti manca la tua terra? Cosa ti porti dietro della Siberia nella vita di tutti i giorni qui a Milano?
Si, il viaggio era veramente lungo. E certo che mi manca la mia famiglia, la mia citta, la foresta e l’aria quando fanno 40 gradi. Ma non sono qua per sbaglio, la libertà e essenziale per l’artista. Dalla Siberia ho portato solamente me stessa e la passione per l’arte.

Perché proprio il blu?
Il blu non lo vedo come colore, ma come condizione. È il colore della profondità, della lentezza e di un’intensità silenziosa — il colore della notte, del sonno, del pensiero sommerso. E certamente e collegato anche al’inverno dove sono cresciuta. Il neve e bianco, gli alberi sono neri, c’e solo il blu, il blu della luna.
Corpi e scenari si fondono nei tuoi dipinti evocando un senso di solitudine, ma anche di pace. Ci racconti i sentimenti che miri ad evocare con i tuoi lavori?
Il corpo dipingo come un luogo di ascolto. Non è solitudine di mancanza, ma solitudine che serve per sentire se stesso, cosa ti dice il tuo cuore.
Nei tuoi lavori abbondano i soggetti femminili, molto piú di quelli maschili. È una questione di stile o ti senti piú in sintonia con i soggetti femminili?
Io cerco sempre di dipingere quello che sento sinceramente. Ogni emozione, li sento nel mio corpo prima di metterli su tela. Nel corpo di donna c’e molto dolore particolare, c’è la possibilita di dare vita, allora c’e un’intimita straordinaria con la questione della vita e la morte. E queste cose li sento, per i uomini non so dire.
Il nudo è un altro elemento comune nei tuoi lavori. Ti senti a tuo agio con il nudo artistico o questa scelta nasce dal desiderio di rappresentare una condizione di vulnerabilità?
Certo, ha molto a che fare con l’intimità. Come ho detto, voglio rappresentare una persona che ascolta se stessa. I vestiti e qualsiasi elemento artificiale rimanderebbero al mondo esterno, ma io voglio rimanere ed esplorare l’interno.

Ho visto nei tuoi dipinti il blu vibrare di colori, splendere di luce propria, come se emergesse la personalità di ciascuno nel blu delle modelle che lentamente si colora. Ti voglio chiedere: questo splendere ha una connotazione spirituale?
Sono molto interessata a ciò che le persone chiamano anima e a quale forma visiva possa assumere. L’ho sempre immaginata come una luce che proviene dall’interno, dall’ombra. E la luce blu è in contrasto con la luce del sole, il che sottolinea ancora una volta che questi paesaggi non appartengono al mondo esterno.
Un altro tema d’interesse emerso in Blu ti ascolta è la tua critica al mondo iperconnesso contemporaneo. La tua ricerca è forse una fuga da questo mondo?
La cosa più folle per me nella società di oggi è che il modo in cui gli altri ti vedono è diventato più importante di come tu vedi te stesso. Possiamo dare la colpa ai social media o al consumismo, ma incolpare non mi fa sentire particolarmente meglio. Come si dice: “Se vuoi cambiare il mondo, inizia da te stesso”. E le mie opere sono la testimonianza del mio percorso per tornare ad essere me stessa.
Quali messaggi vuoi far arrivare allo spettatore mediante i tuoi lavori?
Alla mostra ho sentito così tante interpretazioni diverse di questi dipinti, e questo mi ha ispirata molto. Io posso dipingere solo ciò che conosco e sento io, ma lo spettatore vedrà ciò che conosce e sente lui, e questo per me va più che bene. È la cosa bella dell’arte.

Qualche domanda piú leggera: raccontaci di Chandra Candiani e di altre tue influenze.
La mia professoressa in Accademia mi ha presentato il suo lavoro, ed è diventato un punto di svolta per me. Come pittrice, per me è difficile spiegarmi a parole: è proprio per questo che dipingo, per esprimermi visivamente. Ma Chandra è riuscita a dire, in prosa, cose incredibilmente simili a quelle che voglio esprimere io. Non è diventata tanto un’influenza, quanto piuttosto una terra su cui poggio quando ho bisogno di parlare della mia arte.
Sei un’appassionata di musica: oltre ai Gorillaz, con cui condividi il titolo di un’opera, cosa ascolti?
I Gorillaz sono sicuramente i miei preferiti. Sono cresciuta ascoltandoli. Tra le passioni più recenti ci sono i Boards of Canada, Mitski, La Femme, Paolo Conte. Non ho davvero una preferenza di genere: amo semplicemente quando la musica è sincera.
Lascia un messaggio a giovani artisti emergenti come te che cercano la loro strada.
Per creare arte oggi non è più necessario conoscere tecniche, materiali o addirittura la storia, ma è essenziale conoscere se stessi.
Grazie, Ustina.

Speriamo di cuore l’articolo di oggi vi sia piaciuto. Se v’interessa l’arte di Ustina, date un’occhiata alle sue pagine social.
Alla prossima!
Gianmaria Simone
I clock out and a message hits my phone: Corals Gallery is still open. Can I make it?
Driving along Milan’s ring road, stuck in that 6 p.m. crawl, I ask myself why I do this—why the rush, the hassle, when I could be home watching The Boys. The answer lands quick and clean: I want more in my life than work, gym, routine, drinks with friends. When someone has something real to say—something to offer, to communicate with sincerity and killer technique—they get my ears, my eyes, my whole night.
At the gallery, Ustina Bazhóva is waiting. She talks about Siberia, where she grew up. About leaving. About her time at Brera’s Academy of Fine Arts. She digs into her roots, what drives her, what she wants to say.
“Why blue, white, black?”
“Because they’re the colors of my land.”
“Why does this blue glow?”
“That’s the soul coming out. Emerging from the blue.”
Ladies and gentlemen—today’s feature is all about Ustina.
Ustina Bazhóva is an emerging artist born and raised in Siberia, Russia, now based in Milan, Italy, where she studies at the Brera Academy of Fine Arts. She’s part of the Squardi III program and has exhibited at ABC Arte (Milan) and Weekend Gallery (Frankfurt). Working mainly in oil on canvas, her painting practice explores emotional perception, vulnerability, and inner states of consciousness in contemporary society.
Glad to have you here, Ustina. Introduce yourself to our readers.
Hello! I’m Ustina Bazhóva. I’m a young painter, and I’m happy to be here.
Where does your passion for painting come from?
I think I was born with it. I started painting before my first memories. There were many artists in my family—I guess this need to create was passed down.
You’ve come a long way—from Siberia to Milan. Do you miss home? What did you bring with you?
Yes, it was a very long journey. Of course I miss my family, my city, the forest, the air when it hits minus forty degrees. But I’m not here by accident—freedom is essential for an artist. From Siberia, I brought only myself and my passion for art.
Why blue?
I don’t see blue as a color, but as a condition. It’s depth, slowness, a silent intensity—the color of night, of sleep, of submerged thought. And yes, it’s tied to the winters I grew up in. The snow is white, the trees are black—what remains is blue. Moonlight blue.
Bodies and landscapes blur together in your paintings, evoking solitude—but also peace. What emotions are you aiming for?
I paint the body as a place of listening. It’s not a lonely absence—it’s a solitude you need to hear yourself, to understand what your heart is saying.
There are far more female subjects than male ones in your work. Is that stylistic, or something deeper?
I always try to paint what I genuinely feel. Every emotion—I feel it in my body before it reaches the canvas. There’s a specific kind of pain in the female body, but also the possibility of giving life. There’s an extraordinary intimacy with life and death. I feel that. With men, I don’t know how to say it.
Nudity is another recurring element. Is it about comfort, or vulnerability?
It’s very much about intimacy. As I said, I want to represent someone listening to themselves. Clothes—or anything artificial—point to the outside world. I want to stay inside, to explore that.
I’ve seen your blue vibrate—alive with color, glowing like each figure’s personality is surfacing through it. Does that glow have a spiritual dimension?
I’m very interested in what people call the soul, and what visual form it might take. I’ve always imagined it as a light coming from within, from shadow. Blue light contrasts with sunlight—it reinforces that these landscapes don’t belong to the external world.
Your work also hints at a critique of hyperconnected society. Is your practice a kind of escape?
The craziest thing today is that how others see you has become more important than how you see yourself. We can blame social media or consumerism—but blame doesn’t really help. As they say: if you want to change the world, start with yourself. My work is a record of my journey back to being myself.
What do you want viewers to take away from your work?
At the show, I heard so many different interpretations—it really inspired me. I can only paint what I know and feel, but viewers will see what they know and feel. And that’s more than okay. That’s the beauty of art.
Let’s lighten it up—tell us about Chandra Candiani and your influences.
My professor introduced me to her work, and it changed something for me. As a painter, it’s hard for me to explain things in words—that’s why I paint. But Chandra manages to express, in prose, things incredibly close to what I feel. She’s not just an influence—she’s a ground I stand on when I need to talk about my art.
You’re into music—beyond Gorillaz, what are you listening to?
Gorillaz are definitely my favorites—I grew up with them. Lately I’ve been into Boards of Canada, Mitski, La Femme, Paolo Conte. I don’t really care about genre—I just love music that feels honest.
A message for emerging artists trying to find their way?
Today, you don’t need to master techniques, materials, or even art history to make art—but you do need to know yourself.
Thanks, Ustina.
Hope you dug today’s piece. If Ustina’s work caught your eye, go check out her socials.
See you next time.
Gianmaria Simone
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