
Alcuni pensano che i migliori artisti siano quelli che parlano di sé, e degli altri al contempo. Quegli artisti che sfruttano le proprie emozioni, suggestioni ed esperienze di vita per tracciare una linea invisibile tra loro e il resto del mondo, tra loro e chi è disposto ad ascoltare. Purtroppo, o per fortuna, io sono tra queste persone. In Giulia Briani ho riconosciuto una mia simile e ho deciso di trascinarla al Minimal Magazine.

Ho conosciuto Giulia qualche anno fa, quando il magazine era ancora solo la mia pagina Instagram e ricondividevo per hobby sul social network arte che trovavo d’interesse. Sono rimasto sconvolto nello scoprire della giovane età di questa artista che non solo mi era apparsa di rilievo, ma anche definita, chiara, orientata… Caratteristiche che di rado si riscontrano in artisti non ancora maturi. Eppure, eccola lì, nel mio feed, a lampeggiare figure femminili ignude verso i miei occhi, ad accarezzarli con raffinate scelte di colori, a esprimere con apparente noncuranza e disarmante facilità stati emotivi, momenti della vita, suggestioni d’ambienti e stralci della sua femminilità. Ne è nata un’amicizia che dura tutt’oggi.
Non potevo non parlare di Giulia almeno una volta. Si tratta senza dubbio di un’artista che deve ancora maturare, ma la cui arte è tanto efficace ai miei occhi che sarebbe un peccato rimandare l’approfondimento a data futura. Nulla toglie che Giulia si ripresenti qui fra qualche anno, anzi è benvenuta e benvoluta. Per ora, tuttavia, ci accontentiamo di questa breve intervista.

Benvenuta, Giulia. Presentati ai lettori.
Mi chiamo Giulia Briani, ho 18 anni e frequento il liceo classico a Rho, in provincia di Milano.
Come hai iniziato a dipingere e quali sono state le tue fonti d’ispirazione principali?
Non c’è un vero e proprio inizio, si potrebbe dire che non ho mai smesso e questo merito va certamente a mia madre, grande appassionata d’arte anche lei, che mi ha permesso di entrare in questo mondo. Se si volesse delineare come inizio un momento preciso sarebbe sicuramente quando, in quarta elementare, mi regalarono il cavalletto, una tela e gli acrilici.
Mia madre è stata come una guida in questo mondo, anche perché ha lavorato in pinacoteca di Brera ed era abitudine per noi andarci spesso assieme. Un’altra figura importantissima è stata sicuramente il mio prozio, Mario Nava, che è uno scultore e fotografo ed è anche colui che mi ha mostrato nella pratica cosa vuol dire “essere artisti”.

Delle tue opere ho sempre amato l’uso scelto dei colori. La scelta cromatica avviene a monte del tuo processo creativo? Oppure è un divenire?
È vero, i miei quadri sono molto colorati e accesi, anche se non è sempre stato così; fino a qualche anno fa volevo fare fumetto e disegnavo soprattutto illustrazioni in bianco e nero, poi mi sono stufata e ho iniziato a sperimentare, fino a fare del colore un tratto distintivo della mia pittura.
All’inizio del processo creativo non ho ancora ben in mente che colori andrò ad utilizzare, penso più che altro alle luci e ai toni, magari a un colore portante su cui voglio basare tutto il quadro. Poi realizzo il disegno preparatorio con un colore, spesso il blu, perché non mi piace dipingere su una base spenta. In generale sono molto istintiva, ma quando inizio un quadro ci sto su anche dei mesi. Spesso cambio idea e anche i colori possono variare. Però il colore è diventato per me più importante della forma stessa, anzi mi diverto molto a realizzare soggetti malinconici con toni accesi e sgargianti: è molto rappresentativo di come sono io.
Raccontaci qualche curiosità: dipingi più di notte o di giorno? Raffiguri mai te stessa nelle opere?
Dipingo principalmente quando ho il tempo di farlo, solitamente non faccio lunghe sessioni di pittura. Quando mi viene voglia, prendo e faccio qualche pennellata. Forse mi capita più di notte perché ho meno distrazioni e sono io con me stessa. Un fattore fondamentale che non può mancare è la musica: io non riesco a dipingere senza.
Raffiguro me stessa prima di tutto in modo indiretto, perché anche se non sono propriamente io in un quadro rimane comunque rappresentativo di una parte di me. Mi è anche capitato di raffigurarmi in senso letterale, principalmente per comodità. Piuttosto che cercare la reference di una certa posa, mi scatto una foto per fare prima. Mi capita soprattutto per posizioni più particolari o per nudi.

Nel mio caso, la scrittura è un mezzo per estrarre cose di me di cui voglio liberarmi, o che voglio condividere con altri. Cos’è invece per te? Poi, ci sono soggetti o tematiche che prediligi?
Sicuramente l’arte è un mezzo per liberarsi ed esternare una certa parte di sé, ma forse per me è qualcosina di più. Vedo l’arte come l’unico fattore che è in grado di mettere in relazione il mio interiore con la materia e con il mondo esterno. Nella mia arte mi riconosco più di quanto io mi riconosca a guardarmi allo specchio, perché è come un filo che unisse tutto e tutti. Infatti, credo che l’interpretazione dello spettatore esterno valga, anche se è diversa da quella originale dell’artista. La cosa migliore sarebbe mettere le varie interpretazioni in una correlazione dialettica tra di loro, per trarne qualcosa di produttivo.
Io rappresento prima di tutto sensazioni mie personali, in cui spero che anche altri possano ritrovarsi. Ritraggo soprattutto soggetti femminili, non so bene il perché, ma sono particolarmente attratta dalle donne. Le tematiche affrontate nelle mie opere sono principalmente personali, ma non solo, sia in modo più velato che più aperto cerco di trattare temi più ampi.
Siamo quasi alla fine: dove vorresti essere fra dieci anni? Secondo te, qual è il ruolo dell’artista nella società di oggi?
Ho sempre fatto fatica a proiettarmi nel futuro, tra dieci anni spero solo di star continuando a fare ciò che amo.
Nella società di oggi, ma anche in passato, fare arte è anche fare politica; adesso ancora più che prima forse. Nell’essenza stessa dell’arte è contenuto in qualche modo un significato politico; quindi, anche se non si vuole mandare nessun messaggio, lo si sta facendo ugualmente. È impossibile staccare questi due ambiti, credo sia importante esserne consapevoli.

Grazie di essere stata qui, Giulia. Consigliaci un’artista e un’opera da scoprire il prima possibile.
Scelta difficilissima, ma consiglierò l’artista con cui più mi sono fissata in questo periodo, ovvero Zdzisław Beksiński. Le sue opere sono sinonimo di perdizione e tormento.
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Gianmaria Simone
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Fare arte è come mettere a nudo la propria anima. Non è facile e soprattutto spesso non ci conviene. L’arte di Giulia è questo aprire l’anima all’osservatore che, attraverso l’uso sapiente dei colori e le emozioni che gli stessi generano, si sente coinvolto e protagonista ignaro dell’opera!
Brava Giulia, vedo in te una passione, un amore e una gioia in tutto ciò che fai.
W l’arte
Susanna
Felicissimo di averla ospitata sul magazine. Spero anzi di ripresentarla presto. Grazie del commento Susanna, iscriviti alla newsletter per rimanere sempre aggiornata sui nostri articoli!