Stefano Caruso per “Prima del Gesto” – iniziativa inserita nell’ambito dell’Olimpiade Culturale dei Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026

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Volantino promozionale dell’intervista a Stefano Caruso per “Prima del Gesto”, 2026

L’Olimpiade Culturale è il programma ufficiale di iniziative artistiche, culturali e creative legato ai Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026. Si tratta di un progetto multidisciplinare, plurale e diffuso su tutto il territorio italiano, pensato per promuovere i valori olimpici – come l’inclusione, il dialogo e la solidarietà – attraverso la cultura, il patrimonio, l’arte e lo sport stesso, e non solo come complemento agli eventi sportivi, ma come esperienza culturale strutturata e partecipata.

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“Prima del Gesto” è una rubrica-evento del Minimal Magazine che intervista otto artisti emergenti, invitandoli a raccontare le sensazioni e i sentimenti che precedono l’attimo della creazione artistica, ovvero ciò che accade “prima del gesto”. Le interviste mettono in evidenza le connessioni tra il processo creativo e la preparazione atletica nelle discipline sportive agonistiche, tracciando parallelismi tra arte e sport. La rubrica si inserisce nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026.

Siamo giunti alla fine di questa rubrica-evento. È stato un progetto che mi ha reso orgoglioso: orgoglioso di questo magazine, del mio passato da scrittore e del mio ruolo di divulgatore culturale, svolto qui, su Instagram @officialschiele, nelle biblioteche, alle presentazioni, ovunque fosse possibile. Questa rubrica mi ha ricordato quanto sia bello il confronto e lo scambio con i colleghi, e quanto valore abbia un sincero racconto rivolto a un’audience interessata.

Parlando di colleghi, l’ospite finale di Prima del Gesto è Stefano Caruso, autore emergente e scrittore fantasy italiano. Il percorso di Stefano, sotto molti aspetti, ricorda il mio: l’inizio nella narrativa di genere, l’affermazione nel panorama degli emergenti, la costruzione di una solida base di lettori e l’esplorazione di altri orizzonti con nuovi titoli. La sua storia dipinge il ritratto della scrittura per passione che cerchiamo qui su Minimal Magazine: qualcosa di raro, quasi estinto, sepolto sotto la valanga di rapper-scrittori, tronisti-scrittori, youtuber-scrittori che affollano molte librerie.

“Eppur si muove“, diceva qualcuno, e possiamo dire lo stesso del panorama letterario degli autori emergenti: autori che continuano a produrre per passione e non per compiacere una casa editrice; autori sinceri, legati al loro pubblico. Autori, insomma, come Stefano.

Stefano Caruso

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Stefano fotografato dalla sua compagna, 2025

Benvenuto, Stefano. Presentati ai lettori.

Innanzitutto, grazie per l’intervista. Sono Stefano Caruso, uno scrittore, un romanziere. Scrivere per me è soprattutto un modo per tirare fuori emozioni e pensieri che, nella vita di tutti i giorni, faccio fatica a esprimere apertamente. È anche un o spazio in cui rifletto sul mio passato e sulle scelte che ho fatto, su ciò che mi ha formato e su ciò che mi ha cambiato.

Parlaci del tuo rapporto con la scrittura.

Nei miei libri cerco di lavorare su più livelli: innanzitutto quello dell’intrattenimento, perché mi interessa prima di tutto che la storia sia bella, avvincente e che funzioni davvero per chi legge; poi c’è un livello più profondo, fatto di collegamenti, dettagli e rimandi che magari emergono solo con una seconda lettura; infine c’è un livello più personale, in cui confluiscono esperienze, emozioni e cose che ho realmente vissuto. Scrivere è anche un modo per guardarmi da fuori, come se stessi osservando me stesso attraverso i personaggi e le storie che racconto.

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Stefano Caruso presenta Metempsicosi, foto insieme alla sua editor Monica Cacau, 2019

Sulla strada del Gesto: 5 domande brevi

  • Che ruolo ha per te la preparazione? Per me la preparazione è fondamentale prima di iniziare la stesura. In genere ho ben chiari il punto di partenza, il percorso e il punto di arrivo della storia. Poi, strada facendo, il viaggio può anche prendere deviazioni impreviste, ma deve rimanere coerente con l’idea iniziale. Allo stesso tempo serve elasticità mentale: bisogna avere il coraggio di riconoscere quando qualcosa che sulla carta funzionava, in pratica non regge, e quindi essere pronti a tagliare, rivedere o rifare.
  • Come gestisci alte aspettative? Non direi che gestisco le aspettative, nel senso che cerco di partire da ciò che io stesso vorrei leggere. Se una storia funziona per me, se mi emoziona o mi diverte, parto dall’idea che possa fare lo stesso con il lettore a cui mi rivolgo. Ad esempio, ora sto scrivendo l’ultimo volume della mia serie dark fantasy Il Lascito: essendo il capitolo finale, per me è importante che chiuda le trame in modo coerente, che emozioni e, magari, faccia anche commuovere. Se poi non dovesse incontrare le aspettative di tutti i lettori storici, ovviamente mi dispiacerebbe, ma non lo vivo come un peso paralizzante. L’unica cosa che conta davvero per me è sapere di aver dato il massimo in quel momento. Sono molto autocritico con ciò che scrivo, ma perché ci tengo profondamente a fare un buon lavoro, ma non la definirei aspettativa.
  • Come vivi il dubbio? Non convivo molto con il dubbio mentre scrivo. Quando mi metto al lavoro sono deciso: scelgo una direzione e vado fino in fondo. In questi anni non mi è mai capitato di essere in dubbio su quale direzione portare una storia, ma questo credo sia grazie agli appunti in fase di preparazione. Questo non vuol dire che non butti via dei capitoli che rileggendoli non mi piacciono.
  • Come gestisci il fallimento? Penso che il fallimento e l’errore, per chi scrive, siano praticamente il pane quotidiano, soprattutto se si fa narrativa di genere in Italia, che, almeno nella mia esperienza personale, viene spesso considerata di serie B. Mi è stato detto: “quando comincerai a scrivere qualcosa di serio?” Poi dipende molto da cosa si intende per fallimento: probabilmente non diventerò mai famoso, e va bene così. Per me è già un successo sapere che c’è una persona che tiene davvero a quello che scrivo e che aspetta i miei libri, anche se non sono bravissimo a comunicarlo tramite social. In generale direi che sono un po’ “assuefatto” al fallimento, all’inizio avevo aspettative più alte o romantiche sulla mia carriera, mentre ormai ho imparato ad accettare le cose e questo mi ha dato una grande libertà creativa: scrivo quello che voglio, come voglio, senza sentirmi schiacciato da pressioni esterne. Posso fare l’esempio di Metempsicosi per fallimento: a mio avviso il mio romanzo più bello e stratificato che non emerge in nessun modo.
  • Come celebri il risultato? Non vorrei sembrare freddo o meccanico, ma non c’è un singolo momento in cui celebro davvero il risultato. Lo vivo più sul lungo periodo, attraverso tante piccole soddisfazioni: un lettore che mi scrive, una recensione che mi colpisce, una selezione come Prime Reading, cose così. Anche perché, al di là della mia soddisfazione personale, che è spesso effimera per via del mio carattere probabilmente, ciò che scrivo non avrebbe molto senso se non ci fosse qualcuno che lo legge. Scrivo sì per me stesso, ma anche per gli altri, altrimenti non pubblicherei le mie storie. Per questo i risultati e la loro celebrazione non sono immediati. Certo, c’è la soddisfazione di finire un romanzo, ma dura poco. Il vero valore lo capisci nel tempo, nel rapporto che si crea tra il libro e chi lo legge.
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Copertina del libro “Il Lascito I: La Caccia del Falco” di Stefano Caruso, 2018

Racconta, con un’immagine, il momento prima del gesto.

Sono seduto alla scrivania. La luce calda della lampada lascia le pareti in penombra. La stanza è vuota. C’è un leggero profumo di caramello salato che si mescola a quello del caffè. Si sente il mio respiro, il ticchettio dell’orologio e, ogni tanto, il cucchiaino che tocca la tazza di caffè che fuma lentamente, oppure c’è un tè, o un bicchiere di scotch che cattura la luce con il suo liquido ambrato.

La musica scorre a volume basso: note medievali o epiche se sto lavorando a Il Lascito, oppure synthwave rarefatta quando scrivo qualcosa di più futuristico o un thriller. Il cursore lampeggia sullo schermo. Le mani restano ferme per qualche secondo, poi si muovono e il rumore dei tasti rompe la quiete.

Racconta il tuo rapporto con la comunità artistica, il ruolo della competizione e l’ispirazione reciproca.

Il mio rapporto con la comunità artistica è minimo. Sono piuttosto isolato e, a essere sincero, non leggo nulla di altri scrittori italiani contemporanei. Lavorando, il tempo nella giornata è parecchio limitato e faccio una selezione abbastanza spietata su cosa leggere per non buttare minuti o ore a leggere qualcosa che già in partenza non mi prende. Ecco quindi che non conosco altri artisti e per questo non vivo la scrittura in termini di competizione o di ispirazione reciproca. Il mio processo è solitario: preferisco lavorare in uno spazio mentale indipendente. È una posizione che probabilmente mi porta a restare ai margini delle comunità di scrittori.

L’arte e lo sport: pensi che il processo creativo possa essere paragonato a una disciplina sportiva?

Sì, penso che il paragone regga. Parlo per la scrittura, che è ciò che conosco: è un’attività che richiede disciplina, concentrazione e una forma di allenamento costante. Dopo anni non scrivi come all’inizio: c’è una maturazione tecnica, una maggiore consapevolezza del tuo stile e dei tuoi limiti, un po’ come in una pratica sportiva.

Per me lo sport è anche una componente fondamentale del processo creativo: passare cinque o sei ore seduto a scrivere accumula tensione mentale e fisica, e l’attività sportiva diventa un modo per scaricarla, ritrovare lucidità e tornare alla scrittura con una testa più libera.

Grazie, Stefano.

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Copertina del romanzo “1888: Solipsista” di Stefano Caruso, 2022

Non potrò mai ringraziare abbastanza gli ospiti che hanno preso parte a questa rubrica-evento. Alessandro, Jasmine, Virginia, Giulio, Claudia, Bobo, Nina e Stefano: grazie a tutti voi, sinceramente e di cuore.

Un ringraziamento speciale va al Team Culture della Fondazione Milano Cortina 2026 per aver ritenuto l’iniziativa di rilievo e averla inserita nell’ambito dell’Olimpiade Culturale: grazie.

Infine, grazie a tutti voi che avete letto, commentato e condiviso questo progetto. Speriamo che la lettura sia stata di vostro gradimento e che abbiate tratto qualche spunto di riflessione dai contributi dei nostri ospiti. Continuate a credere negli emergenti: se non per solidarietà, fatelo perché spesso hanno cose più interessanti da dire.

Vi lascio con i contatti di Stefano a fondo pagina. Date un’occhiata ai suoi libri e alle sue pagine social.

Il Minimal Magazine tornerà alla sua programmazione regolare dal mese di aprile 2026.

A presto!

Gianmaria Simone

#culturalolympiad @milanocortina2026

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