
Referto #1 Shirley Jackson, 1940
Ogni 27 giugno, gli abitanti di un piccolo paese di provincia si radunano nella piazza centrale. Gli uomini appendono striscioni, le donne imbandiscono tavoli e i più piccoli raccolgono in tanti mucchietti pietre peculiari e di svariate dimensioni. Il grande evento è la lotteria del paese, a cui tutti i cittadini sono tenuti a partecipare.
A mezzogiorno, il sindaco giunge trafelato nella piazza e, in fretta, pone una scatola nera piena di biglietti su uno sgabello, invitando i concittadini ad avvicinarsi. Come ogni anno, alla lotteria si partecipa per famiglie: basta che uno solo della famiglia estragga un biglietto segnato perché l’intera famiglia passi all’estrazione successiva.
Il sindaco chiama una signora che però manca all’appello. Questa arriva poco dopo, correndo, rivelando di aver tardato poiché stava lavando i piatti. Poco importa: quello che estrae non è un biglietto segnato. Pesca il biglietto vincente, però, il marito di lei e tutta la famiglia passa alla sessione successiva con le famiglie vincitrici.
Mentre si rimettono i biglietti nella scatola nera, un giovane domanda perché tutti gli anni debbano partecipare a questo evento. Un anziano risponde spiegando che la lotteria è una tradizione, storica del territorio e scioccamente abbandonata da tante altre cittadine. Non è solo una ricorrenza: la lotteria è motivo di vanto per la cittadina ed è strettamente legata alla sua identità.
Il turno successivo i membri delle famiglie vincitrici mettono mano nella scatola nera: un solo biglietto vincente stavolta. La donna dei piatti lamenta il fatto che la figlia maggiore non venga contata come parte del loro nucleo familiare, ma è tutto inutile: la figlia si è sposata e conta per la famiglia del marito.
Alla fine tutti estraggono, compreso il figlio piccolo della donna dei piatti, e, sorpresa, non c’è un vincitore questa volta. Oppure sì?
Il marito apre con forza il pugno serrato della donna dei piatti: è nella sua mano il biglietto vincente e subito lei inizia a piangere, a pregare, a scuotere la testa e a dimenarsi mentre i suoi concittadini la spingono contro a un muro.
Uno a uno, i cittadini raggiungono i cumuli di pietre raccolte dai bambini, prendono un sasso ciascuno e ne viene persino dato uno al figlio piccolo della donna dei piatti. Insieme, la cittadina si dirige verso la prescelta, ancora che piange, ancora che prega loro di non farlo. Si tratta di uno sforzo inutile anche in questo caso, però: questo tocca al vincitore della lotteria e le tradizioni vanno rispettate.
La donna viene lapidata a morte. La lotteria è terminata. I festeggiamenti possono iniziare.
(parafrasi)

Immagine AI ispirata al racconto di Shirley Jackson
L’autrice di questo racconto breve, pubblicato per la prima volta nel 1948 sul New Yorker, è Shirley Jackson. Scrittrice e giornalista statunitense di successo, visse un’esistenza singolare, travagliata, nonché segnata dalla depressione e dall’abuso di farmaci.
Sin da bambina, la madre la criticava pesantemente per il suo aspetto estetico, definendola un aborto mancato e incitandola a perdere peso. Il rapporto con i coetanei non era migliore, purtroppo, e quando raggiunse la maggiore età le critiche della famiglia e della società si spostarono sulle sue scelte di vita e di carriera. Scegliere la via della scrittura e sposare un intellettuale ebreo non erano soluzioni viste di buon occhio in quegli anni, né tantomeno che le furono perdonate dalla famiglia.
Nemmeno il matrimonio con il marito si rivelò propriamente felice tra l’infedeltà sistematica di lui e il trattamento maschilista e retrogrado che le riservava all’interno delle mura domestiche. Ciò non impedì a Shirley di crescere quattro figli e scrivere capolavori come “L’incubo di Hill House” nel 1959.
Morì a quarantotto anni per un’insufficienza cardiaca, proprio quando la sua depressione aveva iniziato a migliorare.

Scena dell’adattamento del 1969 di Larry Yust
Penso che la storia di Shirley risulti esemplare, non solo a testamento del trattamento riservato a una donna di lettere nel secolo scorso, ma anche come simbolo della violenza collettiva e in particolare di quella dell’opinione pubblica.
Dopo la pubblicazione di “La lotteria”, il New Yorker ha ricevuto un fiume di lettere di protesta e altrettanti annullamenti delle iscrizioni alla testata. Le voci contro la Jackson erano molte e tutte denunciavano il presunto cinismo dell’autrice: “La campagna non è così come la dipinge lei”, “I piccoli paesi non sono violenti”, “La visione oscura del mondo della Jackson non corrisponde alla realtà”. Insomma, “La lotteria” venne ridotto a una sterile critica della campagna da parte di una donna di città, nonché un frutto delle inquietudini personali di lei. Questo non solo da parte dei lettori, anche da parte di molti critici letterari.
Come accaduto con il nostro Leopardi, un certo tipo di critica non è riuscita a separare il vissuto personale dell’autore dall’opera in questione. “Se hai avuto una vita miserevole, allora la tua visione del mondo sarà negativa.” Giusto?
No. Queste persone, infatti, avevano torto marcio.
La Jackson si è sempre difesa con forza da questa visione distorta e riduttiva forzata sopra i suoi scritti. L’olocausto, la bomba atomica e il maccartismo sono stati alcuni tra gli eventi storici che hanno scatenato le sue riflessioni sulla società e il vissuto di Shirley fino a quel momento non ha avuto nulla a che fare con la genesi di tali scritti.
Di più, la reazione degli abbonati del New Yorker a “La lotteria”, le ha dato ragione. Gli indignati hanno risposto a quel racconto breve con minacce, attacchi verbali e proteste, hanno usato violenza sul giornale e sulla Shirley per spingere la loro visione del mondo contro quella della scrittrice, svilendola e attribuendola al vissuto di lei invece che a un’analisi consapevole.
Si può dire che Shirley Jackson sia stata lapidata dalla società e dai critici (e dalla famiglia) proprio come la madre de “La lotteria” è stata lapidata dai suoi concittadini e dal figlioletto.
La società è violenta e crudele. Risponde in gruppo quando vengono attaccati i suoi ideali e non ha pietà nel rispondere. Sia quando deve difendere le proprie tradizioni, sia quando deve scatenare una shitstorm su una personalità che proprio non gli va a genio.
Se condivido la visione della Shirley al cento per cento? No, così come non credo che il vissuto non influisca minimamente su una visione del mondo, ma questo racconto breve mi ha aperto gli occhi su come dal 1948 a oggi ben poco sia cambiato nelle dinamiche sociali.
La società descritta ne “La lotteria” non è molto diversa dal mondo social in cui viviamo oggi. Un mondo in cui ogni giorno c’è una nuova battaglia, identitaria, o anche più futile, per far prevalere le proprie visioni del mondo su quelle degli altri. Tutto il mondo è paese, tutto l’internet è paese.
È pertanto importante ricordare chi, come la Jackson, ha avuto questa intuizione sulla società e ha avuto il coraggio di metterla su carta. Leggiamo per ricordare e aprire gli occhi. Vi invito a fare proprio questo quando andrete in libreria e prenderete una copia de “La lotteria” di Shirley Jackson.
Gianmaria Simone
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