Non spegnerete il nostro fuoco – Intervista a Giorgia Truglio

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Referto #1, di Giorgia Truglio

Arte. Sempre.

Contro l’imperativo del lavoro, per non rischiare di sembrare disoccupati. Contro le aspettative della famiglia, per non deluderla. Contro l’invidia sociale, la pressione dei pari e quelle compulsioni inculcateci dalla società che abbiamo finito con l’interiorizzare.

Produci, guadagna, macina. O sei un ingranaggio che gira, o non hai motivo di stare nella macchina.

Non è un segreto che Prima del Gesto, l’Olimpiade Culturale e altre questioni mie personali stiano assorbendo tanto del mio tempo libero. Si tratta relativamente di un bel periodo: per me, per il Magazine, per la mia carriera. Nonostante ciò, mi manca scrivere. Mi manca poter non fare nulla per giorni e lasciare che l’ispirazione mi assorba completamente, mi pervada nell’intimo, caricandomi di una folle energia creativa.

Quasi arrivati a trent’anni ha ancora senso fare quel tipo di vita? C’è ancora qualcuno a cui importa? A te, prima di tutto, importa ancora? O quelle voci ti hanno fatto dimenticare anche il tuo amore per l’arte?

Oggi parliamo di questo tramite un’intervista speciale a un’artista il cui vissuto sento molto vicino al mio.

Giorgia Truglio ci racconta dell’arte che viene soffocata, dell’arte che per mille ragioni non riesce ad ardere come un fuoco impetuoso e dell’arte che nonostante questo perdura nel tempo, rimanendo sempre accesa sotto un mare di cenere, come braci che rifiutano di farsi estinguere.

La passione può avere una forza diversa, meno esplosiva forse, ma più duratura. Questo è l’argomento di questo articolo.

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Referto #2, dalla pagina Instagram @giorgidisegna

Benvenuta, Giorgia. Presentati ai lettori del magazine.

Mi chiamo Giorgia, ho 26 anni e vengo da un piccolo paesino della Sicilia. Sono laureata in lingue e traduzione e ho sempre studiato discipline lontane dall’arte, motivo per cui il mio percorso nel disegno è da autodidatta. Nonostante questo, o forse proprio grazie a questo, disegno da sempre in modo naturale e spontaneo, come un’esigenza che mi accompagna fin da quando ero bambina.

Quando hai cominciato a disegnare e quali sono state le tue principali fonti d’ispirazione?

È difficile per me risalire al momento esatto in cui è nata la mia passione per il disegno: penso che sia qualcosa di innato, cresciuto e sviluppatosi in me così come si sviluppano le funzioni vitali da quando siamo bambini. Se ripenso alla mia vita, non ricordo un solo giorno senza la matita in mano. 
Credo che l’appoggio della mia famiglia, e di mia zia in particolare, siano stati indispensabili.

Mia zia è stata la mia madre creativa e prima fonte di ispirazione, anche lei è un’artista e mi ha sempre stimolata e compresa. Ricordo ancora vividamente un quadro appeso al muro della sua stanza, la curiosità che mi suscitava e la voglia di scoprirne il significato. E poi un libro con le opere e la storia di Van Gogh che mi regalò, le emozioni nello sfogliare quelle pagine e nello scoprire sempre di più la persona dietro l’artista.
 Ecco, Van Gogh, con il suo genio incompreso, è stato un’altra grande fonte di ispirazione. Mi rivedo nel suo approccio alla pittura come necessità, nell’importanza che dà al senso più che alla forma e nel desiderio di rappresentare le cose “come si sentono” e non semplicemente “come sono”.

Un altro artista che ho scoperto in tempi più recenti e che mi ha ispirata molto è stato Giuliano Macca, di cui apprezzo e condivido il vivere il cambiamento con “onestà” e l’approccio all’arte come “strumento in grado di lasciare una traccia atemporale”.

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Referto #3, di Giorgia Truglio

Che ruolo ha giocato la società e la tua famiglia nel tuo percorso da artista? Ci sono dei lavori che riprendono tematiche o persone dei tuoi anni formativi?

La mia famiglia ha avuto un ruolo fondamentale nel mio percorso: sin da bambina mi ha sempre spronata a coltivare questa passione, lasciandomi lo spazio per esplorare il disegno e la pittura come qualcosa di serio e necessario. Crescendo, però, mi sono scontrata con le esigenze della società che tende a spingere soprattutto i giovani verso percorsi considerati più “sicuri” o convenienti, relegando spesso la vita artistica a qualcosa di marginale o poco sostenibile.

Per molto tempo mi sono fatta ingenuamente ingannare da questa convinzione errata, tanto da intraprendere – a malincuore – studi lontani dall’arte. Ho capito però presto che la passione è più forte di qualsiasi ostacolo e, soprattutto, che può permettersi di andare oltre ciò che è razionale. Anche nei momenti in cui ho provato a vivere l’arte come qualcosa di secondario, lei ha sempre avuto la meglio: come un fiume in piena, impossibile da arginare, l’unica scelta possibile è stata lasciarmi trasportare dalla corrente. 


Penso che la società sia al tempo stesso il più grande nemico e il più grande alleato dell’arte: la schiaccia, la marginalizza, la riduce al silenzio. Ma è proprio da quel silenzio che nasce l’urgenza dell’artista di creare, di esprimere, di rivendicare. Di fronte all’impotenza di un mondo spesso corrotto e malato, di fronte all’insoddisfazione eterna a cui tutti siamo destinati, di fronte alla necessità di evadere dalla realtà e dai pensieri, l’arte diventa una ribellione necessaria, pura e pacifica, il gesto più umano per restare vivi.

Le mie opere riprendono tematiche e persone dei miei anni formativi non in modo esplicito, ma in maniera naturale, semplicemente perché sono il risultato di ciò che ho vissuto. La mia arte è il mezzo attraverso cui racconto la mia esperienza e la tensione continua tra ciò che sento di essere e ciò che mi viene richiesto di diventare, tra la voglia e la paura di essere vista.

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Referto #4, di Giorgia Truglio

Il cuore è un elemento ricorrente nei tuoi lavori. Ci parli degli elementi ricorrenti nella tua arte?

Per me l’arte è talmente vasta da essere in tutte le cose, anche le più semplici. Perfino i disegni dei bambini sono arte, perché credo nel suo valore comunicativo in cui non esiste una bellezza oggettiva: tutto ciò che esprime qualcosa è bello.

Nei miei lavori il cuore è espressione di questo principio: è importante che le mie opere siano leggibili e che chi guarda possa riconoscersi in esse. Ecco perché il cuore, scrigno dell’esperienza umana, diventa così emblema di un’intera gamma di stati interiori: non è solo amore nel suo significato convenzionale, ma anche tristezza, coraggio, paura, speranza, felicità, rabbia.
 Per questo non credo in un’interpretazione giusta o sbagliata dei miei lavori e non aderisco ad un messaggio univoco. Ciò che conta è trasmettere quanto sia importante essere consapevoli del proprio sentire, e riuscire ad esprimersi senza timore del giudizio, proprio e altrui.

Il cuore è per me simbolo di un sentire intenso, comune a tutti gli artisti, in quanto portavoce non solo della propria emotività, ma anche di quella altrui. Ed è per me un costante promemoria che questo sentire intenso che ho maledetto per gran parte della mia vita, è in realtà una risorsa e non una condanna, perché solo sentendo posso creare.

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Referto #5, dalla pagina Instagram @giorgidisegna

Il tuo essere donna emerge dai tuoi disegni? Se sì, come?

Nei miei lavori abbraccio l’essere donna come esperienza umana: non si tratta solo di bisogno di essere riconosciuta in quanto tale, ma di rivendicare il diritto di avere una voce e di esistere pienamente come persona. Oggi sento la responsabilità di quella voce più che mai e credo che chi si avvicina all’arte debba usarla anche per dare parola a tutte le donne che nella storia sono state private della possibilità di esprimersi. In questo senso, il mio lavoro è anche un gesto di libertà e di omaggio silenzioso.

Come donna sento le pressioni, le aspettative e le regole non scritte imposte dalla società, ma come artista combatto, spingendomi ad essere pienamente me stessa, senza paura e senza compromessi, accettando la mia identità, la mia femminilità e la mia persona nella sua interezza. Nei miei disegni credo che questo emerga anche nella semplice scelta spontanea di rappresentare principalmente soggetti femminili, come un riflesso della mia presenza e della mia libertà.

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Referto #6, di Giorgia Truglio

A che punto ti senti del tuo percorso da artista? Vorresti tenerlo come un hobby o pensi tenterai di farne una professione?

In realtà anche l’uso stesso della parola “artista” mi disorienta, perché non mi sento tale; credo di essere  semplicemente una persona che ha qualcosa da dire. Oggi, però, posso affermare di essere in una fase felice del mio percorso, perché finalmente disegno per me stessa.


Ci sono stati periodi in cui disegnavo per l’approvazione degli altri, in cui l’opinione altrui pesava più di ciò che volevo esprimere. Puntavo al realismo, al “bello oggettivo”, e sopprimevo ciò che sentivo davvero, solo per essere sicura di essere apprezzata. 
Adesso, nei miei disegni mi riconosco, talvolta mi piacciono, talvolta un po’ meno, ma li accetto sempre – nel bene e nel male – come faccio con me stessa. L’autenticità delle emozioni che voglio trasmettere nei miei lavori vale molto più della bellezza, ed è ciò che li rende veri.

Lo stesso vale per lo stile, mi tormentava non riuscire a mantenere uno stile costante; mentre adesso sono arrivata al punto in cui va bene così, perché non sono io a decidere come esprimermi, ma è il mio sentire che si muove sul foglio a suo piacimento. La vita non è statica, perché dovrebbe esserlo l’arte? Il cambiamento va accolto, abbracciato e compreso.

Sinceramente, non nego che farne una professione sarebbe gratificante, perché mi permetterebbe di condividere le mie emozioni con un pubblico più ampio. Tuttavia, non è un pensiero che mi pongo al momento. Ciò che conta è che ciò che faccio arrivi a qualcuno, e finché ci saranno persone che provano qualcosa davanti ai miei lavori, potrò ritenermi soddisfatta. Poi, lascerò che questo viaggio mi conduca dove vuole, e che sia ad esporre in una grande galleria o nelle quattro mura della mia camera, andrà bene.

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Referto #7, di Giorgia Truglio

Lascia un messaggio a chi ha avuto un percorso di crescita artistica come il tuo.

L’unica cosa che sento di dire a chi, come me, ha avuto un percorso di crescita artistica è di continuare ad avere coraggio.

Serve coraggio per restare fedeli ai propri sogni e coerenti con se stessi, soprattutto quando il mondo sembra spingere altrove, verso ciò che è più sicuro o più accettato. Serve coraggio per esporsi, per mostrarsi vulnerabili e per non tradire ciò che si sente davvero. Serve coraggio per riuscire a condividere l’arte senza timore, lasciando spazio alle emozioni e trasformandole in qualcosa di utile e bello, anche quando sono scomode o difficili da affrontare.

Spero che questo invito possa spronare i lettori a riconoscere il valore della propria voce e a esprimersi liberamente, senza paura.

Grazie, Giorgia, è stato un vero piacere.

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Referto #8, Giorgia Truglio

Qui al Minimal Magazine crediamo nell’arte per il bene dell’arte e nell’arte che rifiuta di piegarsi, spegnersi, prostrarsi. Penso che la storia di Giorgia possa risonare con tanti animi creativi là fuori.

Vi invitiamo a dare un’occhiata alla sua pagina Instagram qui sotto. Se vi è piaciuta l’intervista, iscrivetevi alla nostra newsletter.

Alla prossima!

Gianmaria Simone

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