
L’Olimpiade Culturale è il programma ufficiale di iniziative artistiche, culturali e creative legato ai Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026. Si tratta di un progetto multidisciplinare, plurale e diffuso su tutto il territorio italiano, pensato per promuovere i valori olimpici – come l’inclusione, il dialogo e la solidarietà – attraverso la cultura, il patrimonio, l’arte e lo sport stesso, e non solo come complemento agli eventi sportivi, ma come esperienza culturale strutturata e partecipata.
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“Prima del Gesto” è una rubrica-evento del Minimal Magazine che intervista otto artisti emergenti, invitandoli a raccontare le sensazioni e i sentimenti che precedono l’attimo della creazione artistica, ovvero ciò che accade “prima del gesto”. Le interviste mettono in evidenza le connessioni tra il processo creativo e la preparazione atletica nelle discipline sportive agonistiche, tracciando parallelismi tra arte e sport. La rubrica si inserisce nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026.
Non è una questione di rap, né semplicemente di cultura hip hop. È una questione di cantautorato.
Di quella rara capacità di dare voce ai propri testi attraverso la musica, trovando una sintesi autentica tra parola e melodia, tra messaggio e immediatezza. Una forma espressiva che va ben oltre l’adesione a un genere o a una cifra stilistica: il cantautore, come ricordava Mario Luzi parlando di De André, è anche drammaturgo, interprete e autore di un racconto musicale.
E se questa figura appare sempre più fragile in un panorama dominato da tormentoni farciti di vocalizzi e brani costruiti a tavolino da schiere di ghostwriter, nel mondo del rap diventa forse ancora più rara. È proprio questo tipo di artista, questo tipo di rapper-cantautore, che cercavo per Prima del Gesto di questa settimana. Cercavo, in altre parole, Ares Ray.
Ares Ray

Il divenire mi ha sempre spaventato particolarmente; dicesti anche col buio il sole sorge ancora, sempre.
da “Fogli di Carta” di Dr. Gió feat. G Speg, Ares Ray
Ho conosciuto Ares attraverso amici comuni, artisti emergenti della scuola rap di Torino nord, tra Barriera di Milano e le Vallette. Di lui mi ha sempre colpito, oltre all’innata capacità canora e al timbro peculiare, l’umiltà con cui si approccia alla disciplina e la costanza con cui ha costruito le sue competenze da storyteller. Un vero cantautore rap, che ho visto competere nelle battle, pubblicare i suoi primi pezzi e che ora sono lieto di ospitare a Prima del Gesto.
Benvenuto, Ares. Presentati ai lettori.
Ciao! Sono Giulio, in arte Ares Ray, un ragazzo di Torino con tanto amore per i miei amici, la mia famiglia e la musica.
Parlaci del tuo rapporto con l’arte.
La musica, per me, è la più grande passione da quando avevo 15 anni: uno dei pochi punti davvero fissi e stabili che mi hanno accompagnato da allora.
Se dovessi ricostruire tutto in ordine cronologico, direi che la scrittura mi ha sempre attratto fin dall’infanzia. Ricordo che alle elementari, quando c’era da fare un tema, gli altri bambini erano disperati, mentre per me era quasi come la ricreazione.
In adolescenza, poi, credo sia quasi naturale avvicinarsi al rap, con il suo linguaggio diretto e ribelle. È stato così anche per me e per un mio amico, con cui ascoltavo il rap italiano più tamarro possibile. A 15 anni, inoltre, c’è stato un evento di cui non parlo pubblicamente che mi ha spinto a cercare una valvola di sfogo: l’ho trovata proprio rifugiandomi nel rap e, poco dopo, scrivendo i miei primi testi.
Sulla strada del Gesto: 5 domande brevi
- Che ruolo ha per te la preparazione? Cercando di fare musica personale, credo che la quotidianità e le esperienze siano la vera preparazione. Non ho uno schema o un metodo preciso: a volte scrivo qualcosa la sera, a casa, già sapendo che non sarà il testo di una canzone che pubblicherò, ma magari da quell’esercizio nasce un concetto o un’idea da sviluppare. Altre volte non mi do tempistiche e rifletto a lungo sullo stile musicale di un’eventuale nuova canzone, sui temi da trattare e su possibili frasi da utilizzare, anche molto prima di iniziare davvero a scrivere.
- Come gestisci alte aspettative? Avendo iniziato “presto” a pubblicare musica, sono abbastanza forgiato — almeno in ambito musicale — a pressioni o possibili commenti esterni. Forse la pressione più difficile da gestire è quella che arriva da sé stessi, ma cerco sempre di ricordarmi che scrivo per il piacere di farlo, e che lo farei anche senza far ascoltare nulla a nessuno, al di là del risultato finale.
- Come vivi il dubbio? Metterei questa risposta insieme a quella sulle aspettative.
- Come gestisci il fallimento? Sto cercando di togliermi almeno un po’ il concetto di fallimento legato al risultato finale (ride). Viviamo in una società in cui, se diventi ricco e famoso, hai “vinto”, altrimenti hai “fallito”. Penso che almeno nella musica e nell’arte dovremmo liberarci da questa visione. Ovviamente, avendo il sogno di vivere di musica, devo guardare anche ai numeri, ed è giusto porsi degli obiettivi. Ma se un pezzo “fallisce”, sto incazzato per un’oretta e poi penso che la maratona continua, per citare Nipsey Hussle.
- Come celebri il risultato? Di solito invio la traccia audio a un paio di amici stretti su WhatsApp, poi ascolto il pezzo in loop dallo studio a casa, in pace dei sensi. Una sola volta ho optato per festeggiamenti più movimentati: all’uscita di un mio EP, con un intenso release party, non curante di un pranzo in famiglia il giorno seguente.

Racconta, con un’immagine, il momento prima del gesto.
Ho tanti momenti e strade prima del gesto, a volte diverse per ogni brano. Posso dire però che spesso la mia strada prima del Gesto è proprio “la strada”. Non nel senso criminale del termine, ma semplicemente perché mi annoto qualche pensiero da sviluppare quando sono in giro, di solito da solo, in luoghi che conosco.
Ricordo che uno dei primi pezzi che ho scritto è nato durante una serata in Largo Saluzzo, a Torino, che in quel periodo era ritrovo di così tante persone da non riuscire praticamente a camminare. Mi ispiravano molto il caos e la confusione; oggi invece è un processo che cerco in ogni tipo di scenario, basta che possa sentirmi tranquillo e per conto mio.
All’inizio mi annotavo tutto nelle note del telefono, finché mi sono reso conto che le idee che davvero mi piacciono e che considero valide non hanno bisogno di essere trascritte. Quindi, a mio rischio e pericolo, segno tutto a mente.
Il passo successivo è raccogliere le idee e scrivere il testo vero e proprio, di solito la sera a casa, al PC, senza impormi tempistiche o pressioni di nessun tipo, cercando di concentrarmi allo stesso tempo sia sul testo sia sul farlo suonare bene a livello musicale.
Racconta il tuo rapporto con la comunità artistica, il ruolo della competizione e l’ispirazione reciproca.
Nella mia esperienza ho scelto di condividere la mia musica e di “convivere” artisticamente con i miei fratelli Dr Giò e Paul Thron, con cui registro tutte le canzoni e a cui affido sempre il beat e la produzione musicale. Per me è importantissimo sentirmi vicino a persone di cui mi fido ciecamente e che vogliono un bel risultato tanto quanto lo voglio io.
Per lo stesso motivo, ho sempre coinvolto nella mia musica anche alcuni amici strettissimi, a cui mando i pezzi in anteprima e che cerco di includere nei video e nelle varie idee.
Con altri artisti mi è un po’ difficile collaborare perché, cercando di fare musica personale, mi viene più spontaneo tenermela appunto un po’ più per me. Sono comunque legato a tutti gli artisti con cui ho collaborato o con cui ho registrato in studio.
Nel tempo, poi, ho incontrato tanti artisti nei vari live e ho vissuto bellissime serate con molti di loro, all’insegna della musica e del rispetto reciproco.
L’arte e lo sport: pensi che il processo creativo possa essere paragonato a una disciplina sportiva?
Ci ho pensato spesso. Posso dirti, prima di tutto, che da bambino giocavo a basket e credo che questo mi abbia aiutato ad avvicinarmi al rap, grazie all’estetica comune e alla vicinanza con il mondo hip hop da parte di moltissimi campioni dell’NBA.
Poco dopo aver iniziato a fare musica, poi, mi sono avvicinato agli sport da combattimento, e ci vedo tante similitudini. In primis sono due valvole di sfogo; inoltre, in entrambi i casi serve molta motivazione, bisogna superare i propri limiti e trovare il modo di salire sul ring — o sul beat — e portare a casa il risultato.
Grazie, Ares.


Come Ares ci sono molti musicisti e cantanti emergenti che ancora oggi credono nella forza del proprio mezzo e nella rettitudine di quanto scrivono. Ascoltando voci come la sua, si percepisce immediatamente qualcosa di diverso: un’urgenza autentica, una ricerca sincera, un modo di stare nella musica che non è costruito a tavolino.
Se c’è una cosa che voglio passi da questo articolo, è proprio il valore di un approccio ancora genuino alla musica e alle parole. C’è un’emozione particolare che colpisce — o almeno colpisce me — quando ascolto i testi degli emergenti, soprattutto quando arrivano direttamente dalle loro labbra. Un vibrare autentico tra corde d’anima che i tormentoni di oggi, troppo spesso, non riescono più a restituire.
La prossima settimana, a Prima del Gesto, accoglieremo una pittrice.
03/02: Intervista ad Alessandro Pietramolla, illustratore.10/02: Intervista a Jasmine Aly Obregon, stop motion artist.17/02: Intervista ad Alagon, fumettista.24/02: Intervista Ares Ray, rapper e cantautore.- 03/03: Intervista Claudia Marchetti, pittrice.
- 10/03: Intervista Boris Akeem Aka, disegnatore.
- 17/03: Intervista Francesca Lavinia Cicalese, poetessa.
- 24/03: Intervista Stefano Caruso, scrittore.
Vi invitiamo a monitorare il magazine e le nostre pagine social per seguire questa rubrica-evento nella sua interezza. Qualunque contributo, segnalazione o commento è più che gradito!
A martedì prossimo!
Gianmaria Simone
#culturalolympiad @milanocortina2026
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